UNO per TUTTI, TUTTI per UNO

27 luglio 2009


Erano gli anni della ragioneria al Gonzaga.

Un giorno la fortuna si presentò con i panni del nostro professore di italiano: Fratel Edgardo.

Edgardo disse alla classe che aveva ricevuto da un benefattore un bel numero di scatoloni contenenti un disco di musica blues in più copie; rimaneva solo il problema di trasformarli in denaro.

L’idea era quella di organizzare un banchetto di beneficenza nell’atrio dell’istituto, gestito da un paio di noi, e vendere i dischi con una base d’asta di 5.000 Lire.

Erano tre giorni di vacanza pur risultando presenti a scuola. Due lasciapassare per il Paese dei Balocchi che Michele ed io ci conquistammo alla fine di un aspra selezione.

Furono tre giorni meravigliosi, senza contare che facemmo davvero beneficenza: in alcune case finirono fino a quattro copie di quel disco: tante quanti i figli che frequentavano.

Michele era un venditore eccezionale.

Si avvicinava al possibile cliente con studiata indifferenza, come un gatto che non voglia dare al topo la soddisfazione di sentirsi importante.

Era una danza d’amore dall’esito scontato. Michele vestiva il suo interlocutore come una seconda pelle: sembrava volesse condividere con lui la soddisfazione di aver preso la decisione giusta

Praticamente si conquistava da solo. E quando non convinceva, confondeva… Travolgeva… Poneva sulle coscienze dei pesi insostenibili.

Non riusciva a comprendere, o non voleva considerare, di stare a parlare con gente con il doppio dei suoi anni (nella migliore delle ipotesi), e quindi non si poneva limiti.

Rivedo quelle scene che mi sono rimaste impresse e ancora oggi percepisco la sua curiosità, il desiderio di confrontarsi.

Alla fine del terzo giorno ormai tutti giravano con una copia del disco sotto il braccio, addirittura alcuni genitori lo riportavano a scuola per scongiurare il rischio di essere nuovamente sedotti.

La giornata languiva e il commercio si trascinava stancamente. Fu allora che Michele mi guardò e mi chiese come mai io non ne avessi ancora acquistato una copia.

Gli feci presente che conoscevo sia lui che il prodotto. Gli dissi che sapevo perfettamente che cosa stava provando a fare.

Ed ero anche certo che i componenti di quel gruppo blues fossero finiti impiccati, e non da qualche americano spinto da odi razziali, bensì da qualche americano che li avesse sentiti cantare.

Ma il gioco era ormai iniziato. Michele cominciò a parlare. Parlava, parlava, raccontava, spiegava…

Non era nemmeno chiaro a chi parlasse. Avevo la sensazione che non ci fosse neanche bisogno che io fossi presente. Mi sentivo quasi di troppo.

Non sapeva che gli sarebbe stato impossibile convincermi. Avevo l’assoluta consapevolezza che comprandolo, avrei comprato una immensa boiata.

Inoltre le mie tasche di allora erano quelle che erano: regalare cinquemila lire voleva dire “CINQUUUUEEMILA” lire. “Dai Digio, abbozzala…”.

Quel disco l’ho buttato solo tre anni fa, senza averlo mai ascoltato: è stato quando è mancata mia madre e ho dovuto sistemare la sua casa. Lo avevo lasciato da lei.

A distanza di 20 anni ho sorriso felice. Felice di un ricordo di scuola, felice della mia buona azione.

Felice che proprio in quel momento mi tornasse alla mente un periodo in cui mia madre aveva solo pochi capelli bianchi.

Oggi sorrido ancora, pensando a questa storia. Tutti i giorni ricordo Michele nella mie preghiere.

Io non so se lui ci credesse, ma io ci credo e lo faccio, anche se forse non ne ha poi molto bisogno.

Perché se gli hanno scontato anche un solo anno di Purgatorio per ogni disco che ha venduto quella volta, ormai dovrebbe essere già davanti a San Pietro.

Se ritarda è solo perché lo sta convincendo a far passare anche la barca a vela…

Fabio Giovanni Ostuni (detto “Fausto” – compagno di classe di Michele – Ist. Gonzaga)

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