k2 Challenge – Epilogo

3 febbraio 2009


Michele al campo base con la tuta della spedizione

Michele al campo base con la tuta della spedizione (clicca sull'immagine per ingrandire)

Ho ritrovato alcuni testi scritti da Michele e alcune foto della spedizione del 1997 sul K2, che pubblico negli articoli che seguono.

Mi piace iniziare con questo racconto perchè, anche se non ho fatto parte direttamente della spedizione, ho seguito giorno per giorno tutta l’avventura aggiornando in tempo reale il sito Internet con quello che Michele mi mandava attraverso un telefono satellitare.

Ogni tanto mandavo io qualcosa a loro, per farli sentire un po’ “a casa” (la spedizione era durata quasi tre mesi). Abbiamo parlato per molto tempo dopo di queste faticose (era il 1997!) e intermittenti comunicazioni, e di quanto siano state importanti per il morale (di entrambi). Inizio dal fondo, con la sua pagina di riassunto di quell’avventura e con i ringraziamenti a chi aveva fatto qualcosa per sostenerla.

++++++++++

Barbara Alberti, una scrittrice di Roma un giorno mi disse: “se scrivi una storia vera, il capitolo 1 lo scrivi sempre per ultimo”. Bene, non e’ l’ultima cosa che leggerete, ma e’ una sorta di capitolo 1:

23 dicembre 1996, arrivo a Courmayeur a casa di Edmond che mi comunica di avere uno sponsor per un’impresa sportiva. Si puo’ cominciare ad organizzare il k2 Challenge, che allora doveva essere 97. Ha gia’ con se i regolamenti sulla complicata burocrazia pakistana, che ci impone di versare le “royalties” (i diritti di vetta) entro il 31 dicembre dell’anno precedente alla spedizione.

Abbiamo 7 giorni (e c’ e’ di mezzo Natale) per versare i primi 9000 dollari all’Ambasciata di Roma. Ci chiediamo se faremo in tempo e io propongo di telefonare pur sapendo che alle 3 di notte non ci sara’ nessuno. “Ma ci sara’ un nastro che dira’ gli orari d’ufficio e facciamo un passo avanti!” ipotizzo. Chiamiamo, e al terzo squillo risponde una voce assonnata che in un inglese stentato ci dice di chiamare dopo Natale dalle 9 a mezzogiorno. Metto giu’ e ci chiediamo se sono stakanovisti o se non hanno neanche i soldi per una segreteria telefonica. Ne ridiamo.

E’ la prima di migliaia di risate che quest’avventura ci ha fatto fare. A noi e a tutta la squadra. Una squadra sempre affiatata, che non ha mai perso il buonumore neanche nelle attese snervanti al Campo Base. Abele, che di Campi Base ne ha fatti tanti, mi ha detto una sera che mai aveva riso tanto in una spedizione. Sembra un dettaglio, ma credo che l’allegria sia una medicina ed una grande espressione di intelligenza. Sono fiero di essere stato con gente del genere.

Ma di noi, e dell’avventura, spero possiate un giorno leggerne il libro (editori, fatevi avanti!!). quello di cui voglio parlare oggi, e’ delle persone (notabene: non delle aziende) che ci hanno accompagnato e spinto fino ad oggi. Gente che ha coperto ruoli che sembrano piu’o meno importanti, ma che essendo stati con noi, sentiamo amici, e gli amici non sono piu’ o meno importanti. Alcuni sono delle aziende sponsors, ma oggi e’ a loro personalmente che ci rivolgiamo.

Vado in ordine sparso e comincio da Alessandro, perche’ ho il suo nome stampato sulla manica della giacca e mi viene subito all’occhio. il Dott. Alessandro (come lo chiamano in azienda) e’ il figlio di Sergio Tacchini, amico dall’infanzia e primo grande supporter della nostra idea. Un piccolo aneddoto della sua vita: quando Marco Tosi (leggerete dopo chi e’) ha cominciato a lavorare in Internet, si e’ rivolto ad Alessandro, sperando di averlo come cliente. La I.COM nasceva allora ed era una azienda piccola per un cliente come Tacchini. Alessandro ha visto il coraggio, e gli ha dato carta bianca. Ora la I.COM e’ tra le aziende di riferimento del settore, ma questo ci serve a presentare un carattere che appoggia anche a proprio rischio le imprese coraggiose. Alessandro ha creduto in noi al punto da costruirci addosso i prodotti, modellandoli con una agilita’ che poche grandi aziende si possono permettere. Pensate che 5 giorni prima di partire, sono passato in azienda con tutte le tute, chiedendodi togliere le fibbie e mettere la chiusura col velcro. Francesco Maffe’ ha alzato gli occhi al cielo (era la millesima modifica), ma la squadra che si occupava di noi (li voglio citare e ringraziare) formata anche da Elena Locatelli e dalla Dott.ssa Bolognino, hanno fatto l’ultima modifica in tempo reale. Siamo partiti col velcro.

Dopo quel dicembre 1996, l’ipotetico sponsor si rimangio’ la parola, e noi ci trovavamo con un permesso pagato e il culo per terra. E’ cominciata la caccia ai mezzi (per dirla soffice). E’ qui che compaiono gli altri “amici”.

Vado a caso: Alessandro Campinoti, titolare dell’Europea, che senza conoscermi, al telefono, dopo aver ascoltato (lui, non un “incaricato”) la mia storia, mi ha chiesto: “come quel servizio sui camion che hanno fatto il giro del mondo?” io non potevo vendergli RAI 1 in prima serata, solo un pugno di uomini che si mettevano alla prova. “OK, mi piace il coraggio, sono con voi!” mi ha detto. Capite di che gente parlo? Gente come Augusto Prati e Mauro Ruschetti, della Salomon, che conoscendo Edmond e credendo in lui, hano sposato la causa con materiale straordinario. O Alessandra Ostinelli, di Aosta, che, senza motivo commerciale, ha creato i contatti con Zeiss, Revo, Killer Loop, e altre aziende che in nome suo ci hanno poi appoggiato. Marco Tosi, della I.COM, altro amico da quando ho 5 anni, che giorno per giorno fa da citofono fra noi e tutti voi. Alberto Giolitti della Grivel che ha detto “venitemi a trovare, vedro’ che posso fare!” e poi ci ha regalato il materiale da alpinismo. Claudio Canilla, della Brekka, che in virtu’ di un’amicizia nata in montagna ed una comune passione per l’alpinismo, ci ha tenuto al caldo le testoline. Carlo Servadei, che quando Edmond gli ha chiesto una consulenza su che macchina usare, ci ha offerto una Olympus Camedia per le foto digitali. Rosanna Rabajoli, che la prima volta che ci ha ricevuto in Ferrino, ci disse “alle 12,30 devo andre a prendere mia figlia a scuola, faciamo in fretta!” e poi, forte di una secolare amicizia con Adriano, ci ha seguito e protetto con le sue tende e sacchi a pelo. Andre’ ed Enrico, di 4810, che ci hanno tattato meglio dei rappresentanti delle aziende stesse che loro vendono. Gente come Anna Bolletta, mia compagna di scuola delle elementari,che chiamo ogni 2 anni per chiederle qualche favore, e lei, sempre sorridente, me lo fa. Questa volta mi ha dato gli orologi che portiamo al polso. Oppure Roberto Avetrani, che ci ha dato il latte come farebbe una mamma. Giada Saltari, di Whitehall, che ha appoggiato la spedizione senza neanche conoscermi. L’ho invitata almeno per un aperitivo, e lei graziosa e minuta, ha accettato e mi ha raccontato di se’ senza fare riferimento a cio’ che aveva fatto per noi. Claudio Parzani, della Mico, che disse, forse un anno fa, di passare da lui prima di partire, che ci avrebbe dato qualcosa. Mesi dopo non si era scordato di una promessa fatta cosi’ per caso, e ci dava tutto l’underwear in microfibra. La “mia” Fede di Clinique, a cui sono arrivato tramite “amici di amici”, e che ci ha viziato come amici suoi. E tutti i rappresentanti di Comune, Regione e Comunita’ Montana, (sarebbero troppi da elencare), che hanno appoggiato l’impresa in maniera concreta, forse per il solo orgoglio di appartenenza a tale coraggioso gruppo.

Tutta questa, e’ gente che non ha comprato la quarta di copertina del Corriere della Sera, per farsi pubblicita’, ma ha sposato una impresa sportiva con costi che non giustificavano il ritorno da noi promesso, in virtu’ di quella passione per le imprese non commerciali, che a volte solo le aziende commerciali si possono permettere o possono permettere agli altri.

Ma alle loro spalle, c’e’ un’altro piccolo esercito di persone che sono gli altri amici che hanno lavorato all’impresa. Lodovica Litro, che ha pazientemente tradotto tutti i documenti da e per il Pakistan di quella bestia di Edmond. Antonello Veronese, che ha passato le notti al computer per tutta la creazione grafica delle brochure, e che ha lasciato l’ufficio in una giornata lavorativa per fare il tecnico alla conferenza stampa ad Aosta. Loredana del consolato pakistano, che ha fatto il lecito e l’illecito, per auitarci in tutte le pratiche; Fabio Mainardi, “l’irresponsabile”, che ci ha stampato tutto, aiutato da Walter Baciocchi. Sofia Ambrosini, dalle cui idee e’ nato il nostro logo, Livia Galli, il cucciolo della Save As, che ha disegnato e ridisegnato le vie, su foto di vecchi libri, per nostra documentazione, Veronika Logan, che dopo aver lavorato in teatro fino a tarda notte, raccoglieva passaporti da mezza Italia e si svegliava all’alba per fare code chilometriche al consolato, Filippo Zucchi, che ha fatto milioni di fotocopie e le ha portate su e giu’ da Milano a Courmayeur. La Gil, che ha “corretto” ( per non dire scritto) tanti testi.

Ed infine, ci sono i parenti , le mogli, le fidanzate, che logicamente ci vorrebbero al sicuro a casa, e non ci fanno pesare l’assenza e la preoccupazione che diamo loro. Il loro appoggio ci da forza e calore. Chissa’ quanti ne ho dimenticati, ma sto scrivendo a braccio, ma a tutti loro va semplicemente il nostro GRAZIE. Sono amici da anni, alcuni lo sono appena diventati, ma se la nostra spedizione ci ha cambiato e cresciuto, anche loro crescono con noi.

Grazie di cuore.

Michele Di Giorgio

One Response to “k2 Challenge – Epilogo”

  1. Giada Says:

    Curisa, questa mattina, voglio scoprire cosa c’è di me sulla rete e trovo questo articolo.

    Sono commossa e anche se non conoscemo affatto Michele, come scrive lui ci siamo visti 12 anni fa per poche decine di minuti in piazzeta Armani, mi aveva colpita quel suo fare gentile.
    Da parte mia non avevo fatto altro che il mio lavoro ma lui era rimasto colpito dal mio gesto.
    Forse aveva trovato altre aziende che gli avevano detto No. In ogni caso la sua gentilizza mi ha lasciato una bellissima sensazione che, leggendo un pò di lui su questo e altri siti, è stata confermata.

    Oggi la mia giornata avrà un sapore differente.

    Giada


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